mercoledì 20 marzo 2013

Le regie folli


Anche se ho sempre ascoltato l’opera – per anni ho registrato alla radio il festival wagneriano di Bayreuth -  non ho mai apprezzato la trasmissione “La Barcaccia” di Radio3. E questo perché i due conduttori, indubbiamente conoscitori di musica e di cantanti,  condiscono il loro discorso con risolini e ammiccamenti; ignorando la differenza che passa tra essere spiritosi e fare  dello spirito.
Ma ho dovuto ricredermi. Il duo Stinchelli e Suozzo ha intrapreso una feroce battaglia contro le “regie folli”, gli stravolgimenti che i "regiasti" delle opere praticano su epoca,  costumi, scena e così via. Citano le invenzioni più incredibili (persone al gabinetto nella scena iniziale del “Trovatore”) e documentano con le loro registrazioni le vivaci proteste del pubblico di Parma.
Non so se la loro battaglia avrà successo. Sembra che anche i grandi direttori accettino e condividano l’andazzo e in genere la critica seria dei giornali  non  si occupa molto delle regie; accettando quella che è ormai una tendenza diffusa (e quindi poco originale): trasporre la vicenda del melodramma nei tempi attuali.
E del resto chi oserebbe mai condannare i nostri gloriosi registi, osannati anche all'estero? 

Il duo Stinchelli e Suozzo

La distruzione della memoria


Sì, anche della nostra modesta memoria di lavoro, cose scritte e archiviate nella speranza di utilizzarle nel tempo. Molti anni fa avevo raccolto su dischetti floppy 3,5 un repertorio bibliografico con il quale si poteva conoscere in quale vecchia rivista e in quale data vi fossero notizie su un film italiano muto (era il mio lavoro, allora). Ora il programma usato, il Filing Assistant della IBM non esiste più, i moderni lap-top  non accettano più i floppy. Amen.
Un computer che avevo anni fa era caricato con Word 2000 su Windows 98: l’avevo usato per memorizzare alcuni scritti, che poi avevo trasferito su CD. Lascio al lettore la conclusione: memoria perduta.
Ma il dramma vero  riguarda le videocassette:  sono destinate a scomparire, anzi non sono più in commercio. Ho tremato per la mia raccolta di film muti quando il lettore giapponese che usavo si è bloccato. Fortunatamente esiste un mercato dell’usato e sono riuscito a trovarne uno per la modesta somma di 25 euro: un vero regalo. 
Ora il problema è trovare un apparecchio – mi dicono che esiste – che consenta di riversare le vecchie cassette su DVD: sarà un lavoro lungo e duro.
Ma sembra evidente  che il destino di tutti i film sia di finire su disco. O di sparire per sempre.
Mi siano consentite due considerazioni, apparentemente estranee all'argomento. 
Conoscete la legge di Gresham? Afferma che la moneta cattiva caccia la buona. Il ministro di Elisabetta se ne accorse quando accanto alla moneta aurea venne introdotta quella d’argento: chi poteva si mise a tesaurizzare le “sovrane”, che rapidamente scomparvero dalla circolazione.
Seconda considerazione, con la premessa che non è bello criticare il lavoro di personaggi di recente scomprsi, a volte onorati quali esponenti della nostra moderna cultura. Ma la trasformazione della parigina Gare d’Orsay in museo ad opera dell’architetto Gae Aulenti rientra proprio nel capitolo “distruzione della memoria”.
Fortunatamente prima del restauro quel folle di Orson Welles nel 1962 ebbe la stravagante idea di ambientarvi scene del suo Processo (da Kafka)  conservandoci così l’immagine della vecchia storica stazione. A volte il cinema ha dei meriti…


La Gare d’Orsay

martedì 19 febbraio 2013

Cinema scritto



Apprendo con viva sorpresa che il mio Cinema scritto – Catalogo delle riviste italiane di cinema edito nel 1992 è ora disponibile in rete. Nessuno mi aveva avvertito. 
Peccato: perché se lo avessi saputo, avrei potuto correggere  qualche refuso o chiarire qualche dubbio. Aggiungerò che chi ha avuto questa lodevole iniziativa non deve avere molta confidenza con le biblioteche e con l’informatica. Nell'intento di render agevole la consultazione delle riviste, ha indicato accanto al titolo di ciascuna la collocazione che la rivista ha presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Anzi, che aveva all'epoca della pubblicazione, cioè nel 1992. Anche senza andare a Firenze per effettuare un controllo, è facile capire che quelle collocazioni non valgono più: basta avere una modesta infarinatura di informatica.



martedì 15 gennaio 2013

Molti festival cinematografici

Nel 1923 in Germania circolavano film come Il dottor Mabuse, Nosferatu, mentre si annunciavano I Nibelunghi di Fritz Lang. 
Circolava anche molta carta moneta, che valeva ogni giorno di meno e l’economia tedesca stava toccando il fondo della crisi. 
Ora le nostre attuali difficoltà – speriamo passeggere – vedono la progressiva chiusura delle sale cinematografiche e il moltiplicarsi dei festival. 
A Venezia si è aggiunto Pesaro, poi Taormina, Torino, Courmayeur e infine la Festa di Roma. Forse ne ho dimenticato qualcun altro minore e chiedo scusa. Non è strano. Quando le cose vanno male l’unica cosa da fare è organizzare una bella festa, forse per dimenticare. 
Intorno al 1820 Puskin ha scritto un bellissimo piccolo dramma, “Un festino durante la peste”, ispirato a “The City of Plague” di Christopher North (John Wilson). Dicono le cronache del tempo che, oltre al modello inglese, contasse anche l’esperienza personale dell’autore, vissuta durante un’epidemia di colera. Attualmente non siamo minacciati da epidemie, ma da una incombente recessione. 
Che fare di meglio se non una bella somministrazione di circenses? Ovviamente con danaro pubblico, sia pure con qualche modesto taglio. Con le consuete liti tra i direttori dei festival, le delusioni del pubblico per l’assenza dei divi, il progressivo disinteresse della critica. 
E pensare che era stata proprio l’Italia a inventare questo genere di manifestazioni con il primo Concorso Cinematografico Nazionale a Torino nel 1907 e il Primo Concorso Cinematografico Internazionale, tenutosi a Milano nel settembre-ottobre 1909. La Cines vi aveva persino presentato un Macbeth (sic!).



lunedì 17 dicembre 2012

L’archivio Pasolini a Bologna





Chi ha partecipato – o seguito da vicino – la lavorazione di un film è meglio che poi non lo veda: sarebbe un pessimo giudice, perché il ricordo degli incidenti, delle variazioni improvvise, degli stravolgimenti delle intenzioni originarie si sovrapporrebbe al risultato finale, all’opera realizzata. Sarà per questo, perché ho assistito quotidianamente alle riprese di Uccellacci e uccellini, che oggi mi appare come un incredibile pasticcio, cui hanno posto mano autori diversi, come se avessero scritto tre differenti storie. Vi erano – all’inizio – il peregrinare di Totò e Ninetto per le periferie, poi il tentato dialogo dei due fraticelli con gli uccellini, infine la satira scagliata contro monsieur Courneau che non riesce a diventare un’aquila. Quest’ultimo episodio è saltato, i fraticelli sono stati inseriti nel vagabondare dei due, sono stati aggiunti i funerali di Togliatti (sempre per sottolineare il tramonto del marxismo e quindi la crisi dell’ideologia).
Nella trasformazione deve esser intervenuto il produttore Alfredo Bini, almeno secondo un’intervista che mi ha rilasciato alcuni anni dopo.
Ma parliamo d’altro. Dall’Archivio Pasolini conservato presso la Cineteca di Bologna sono emerse foto di scena del Vangelo secondo Matteo, scattate – ritengo – da Vittorio Contino. Il film era in bianco e nero, ma il solerte fotografo ha usato della pellicola a colori, che purtroppo con il passare del tempo ha perduta la componente azzurro-verde. Anche Uccellacci e uccellini è stato girato in bianco e nero, ma io ho pensato bene di scattare qualche foto a colori: ho usato la mia Rollei e quindi ho ottenuto delle diapositive quadrate, di formato 5,5 per 5,5.


Si tratta della sequenza dei comici napoletani – la Compagnia Recchiabella – che improvvisano una farsa ambientata nell’atica Roma, con adeguati miserabili costumi. In questo caso i colori si sono conservati discretamente e spero che resistano alla scansione e al passaggio nel blog.

martedì 4 dicembre 2012

Film Pathé Baby: possiamo salvarli


Felix the Cat



































Questo modesto scritto ha uno scopo, un perché, o almeno delle intenzioni: riproporre il salvataggio di quanto rimane di quel grande patrimonio cinematografico che sono state le edizioni di film nel formato 9,5 mm della Pathé Baby. Salvataggio possibile con le attuali tecniche di riversamento e registrazione. Un collezionista svizzero ha donato alla Televisione di Lugano una serie di pellicole – a volte frammenti - che la TV ha inviato a un laboratorio, dove sono state trasferite su alcuni DVD di ottima qualità. Abbiamo così potuto vedere un San Tarcisio martire del 1914, il documentario di Machin Chasseurs d’ivoire, una parte di The Pinch Hitter di Scherzinger ed altro ancora.. Benché siano passati molti anni da quando la distribuzione Pathé Baby è cessata, vi sono ancora moltissimi film nelle raccolte privata (io possiedo una Passione e qualche Max Linder). Quanto all’ampiezza delle edizioni, basterà ricordare che il catalogo italiano del 1927 contiene circa 200 titoli, che sono soltanto una piccola parte dei 1540 elencati nella 16^ edizione del catalogo francese, senza data ma databile alla fine degli anni venti. Vi sono molti titoli significativi, film prodotti in paesi diversi. Con questo appello al salvataggio mi rivolgo in primo luogo alla Cineteca Nazionale, che possiede film Pathé Baby appartenenti a generi diversi – e a differenti nazionalità – che potrebbero essere facilmente recuperati. Ricorderò con particolare affetto la presenza di Felix the Cat, il gatto inventato da Otto Messmer e distribuito da Pat Sullivan.

Negli anni venti la Pathé Baby aveva acquistato un blocco di cartoni animati americani, che avevano per protagonista questo celebre Gatto. Messmer, oltre ad essere un eccellente disegnatore, doveva essere anche un uomo di spirito: quindi anche i titoli dei suoi film erano invenzioni, giochi di parole (almeno in inglese, quindi difficilmente traducibili). Comicalamities o Eskimotives sono tipiche “parole portmanteau” (così le chiama Lewis Carroll in “The Hunting of the Snark”) e Eisenstein nel suo “The Film Sense” riprende da una citazione di Freud il divertente alcoholidays per ricordare le feste di Natale. Parole che hanno tuttavia un’origine molto più antica, , visto che nel mosaico “nilotico” di Palestrina, che è del primo secolo, appare un crocodilopardalis, che è allo stesso tempo un nome ad incastro ed un animale chimerico, metà coccodrillo e metà leopardo. Certamente i giochi di Messmer erano difficili da decifrare; probabilmente non erano capiti neppure dal pubblico americano: ad esempio Felix the Cat n Ohm Sweet Ohm. Non conosciamo il film e quindi non possiamo sapere come e perché Felix si sia trovato non in una “dolce casa”, ma in un “dolce ohm”, che è la misura di resistenza elettrica.
Nei cataloghi Pathé Baby sia francese che italiano non si scorge alcun tentativo di rendere questi giochi di parole: quello francese cita 41 titoli dedicati a Felix le chat, quello italiano ne cita 32. Sono tutti titoli semplici, senza fantasia, che è impossibile far corrispondere, pur disponendo delle trame, ai titoli originali americani. Non ci resta che trascrivere un elenco parziale dei giochi verbali di Messmer, lasciando al lettore ogni tentativo di traduzione: Balloonatics, Oceantics, Romeeows, Zoo-Logic, Loco-Mania, Pedigreedy Sax-Appeal, Travel-Hog, Arabiantics, Astrnomeows, Comicalamities, Eskimotive, Japanicky, Futuritzy, Polly-Tics, . Ma non mancano espressioni articolate, come Felix in Cold Rush, evidente allusione al film di Chaplin.

Felix in "Flim Flam Films" (uscito il 18 settembre 1927)
Stranamente il Gatto non si è visto nelle retrospettive di Bologna e neppure di Pordenone-Sacile, dove pure non mancano i cultori di cartoons. Mancanza di copie, si dirà; ne ho viste 17 tra i Pathé Baby della Cineteca Nazionale e ritengo che sarebbe molto facile recuperare questa preziosa e rara testimonianza.




sabato 24 novembre 2012

Tecnica e tecnologia


Boringhieri sta ristampando una Storia della Tecnologia dalle origini alla metà del secolo scorso e la solerte trasmissione Radio3Scienza della Rai ha puntualmente intervistato un esperto, Gian Arturo Ferrari (prefatore dei due primi volumi, se non erro).
Attenderò l’uscita dei volumi dedicati agli ultimi due secoli, visto che ho sfiorato l’argomento con il mio Tecnologia cinematografica stampato dall’editore Paolo Emilio Persiani.
Nel frattempo ho preso nota di due cose: che Ferrari ignora – per sua confessione – la storia della tecnologia novecentesca e quindi i libri di David Rosenberg; in secondo luogo che postula una differenza tra tecnica e tecnologia.
Sui nomi della scienza possiamo discutere o scherzare: da arterie a termoionica è tutta una storia di ambiguità, correzioni, spiritose invenzioni spesso passeggere.. Ricordo che a metà ‘800 l’anatomico Jean Cruveihier notava quanto fossere curiosi i nomi delle “apofisi ossee”: mastoide (a forma di mammella), xifoide (a punta di spada), coracoide (quale becco di corvo) e infine pterigoidea (a forma di grade ala).
Ne ho tratto una modesta lezione, che giro ai cultori di storia della scienza: nomi e definizioni hanno significato nel momento in vengono coniati, poi lo perdono, oppure sono sostituiti. Ricordo ancora con nostalgia quando il diossido di carbonio veniva chiamato anidride carbonica.